MeYou Training Manual – How to build peace among humans and towards nature (IT)

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Ciò che state per leggere è il manuale di formazione nato dall’esperienza del progetto
Mediterranean Youth Versus Climate Crisis (2020-1-IT03-KA205-01841
www.meyouthclimatecrisis.eu), co-fondato dal programma Erasmus+ dell’Unione
Europea in collaborazione con l’Agenzia Nazionale per i Giovani Italiana,sperimentato
e scritto in inglese e poi tradotto in tutte le lingue delle organizzazioni partecipanti. La
nostra speranza è quella di essere riusciti a costruire un modello di formazione
specifico e replicabile in vari contesti, a misura di giovane, pensato soprattutto per gli
operatori del settore giovani e ambiente, i giovani leader e i volontari, sull’uso della
nonviolenza per affrontare la crisi climatica e l’ingiustizia sociale.
L’attività di apprendimento Come costruire la pace tra gli umani e verso la natura è il
nucleo del progetto “MeYou”. Questa attività transnazionale mira a trasferire alle
organizzazioni e ai giovani leader l’importanza di essere mediatori, costruttori di ponti,
saltatori di muri ed esploratori di frontiera, per usare le parole di Alexander Langer. I
giovani leader e i volontari di tutta Europa possono godere di un’esperienza di
apprendimento completa, il cui scopo è fornire loro le conoscenze, le competenze e le
attitudini necessarie per combattere la crisi climatica con prospettive e tecniche
nonviolente.
Tre moduli saranno articolati in questo manuale, così come è stato durante il progetto
MeYou:
1) Pace interiore (incoraggiando l’auto-riflessione e lo sviluppo dell’auto-inchiesta
critica, la consapevolezza, l’empatia e la compassione);
2) Pace con la natura (sostenibilità ecologica, rispetto per le altre creature viventi e
disarmo climatico come requisito per la stabilità e la pace);
3) Pace con gli altri (partecipazione sociale, advocacy e impegno nella società, come
impostare una campagna nonviolenta).

Questi temi sono stati esplorati attraverso interventi di esperti e professionisti, gruppi
di lavoro, laboratori creativi, condivisione tra pari, ecc., utilizzando il grande
patrimonio in questo campo del Movimento Nonviolento e degli altri partner. I metodi
seguono i principi dell’apprendimento esperienziale e della nonviolenza e sono
partecipativi e centrati sul discente.
I moduli della formazione coprono argomenti come: gestione e trasformazione dei
conflitti attraverso la nonviolenza, causa ed effetto della crisi climatica, SDGs e
Agenda 2030, metodi nonviolenti per affrontare le ingiustizie e come impostare una
campagna ambientale a favore dei giovani.
Ciò che vogliamo sottolineare qui è che questa non è una proposta di formazione fine
a sé stessa, ma vuole essere un volano per lo sviluppo di azioni giovanili nonviolente
per contrastare la crisi climatica. Per questo motivo, credo sia utile soffermarsi, seppur
brevemente, sulle premesse filosofiche di questa proposta formativa, senza le quali la
sua urgenza e potenzialità potrebbero apparire vaghe.
Pace e Clima sono due obiettivi dello sviluppo sostenibile che hanno una portata
globale. Per questo motivo, a volte la loro interconnessione sembra sfuggirci e sfuggire
alle nostre responsabilità politiche e individuali. Queste interconnessioni sono, tuttavia,
al centro delle grandi sfide del nostro tempo e devono essere affrontate con
consapevolezza, sapendo quali processi sono in atto oggi e quali azioni possono essere
intraprese sulla strada del disarmo.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) definisce
il cambiamento climatico come: “un cambiamento del clima attribuito direttamente o
indirettamente all’attività umana che altera la composizione dell’atmosfera globale e
che si aggiunge alla variabilità naturale del clima osservata in periodi di tempo
comparabili”. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che quando si parla di
cambiamento climatico o, meglio, di crisi climatica (soprattutto se in termini politici)
si intende il rapporto degenerato tra la vita umana e il pianeta: la crisi non è del clima,
ma della società capitalista che ne sta causando e stimolando il cambiamento. Per
parlare con la stessa efficacia di Naomi Klein, il mondo è in fiamme perché lo stiamo
bruciando.

In questi tempi di pandemia, con il Covid-19 che minaccia di travolgere i sistemi
sanitari di tutto il mondo, lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI)
ha rilasciato dati aggiornati sulla spesa militare del 2019. Il SIPRI ha registrato un
aumento del 3,6% rispetto al 2018, con un record di 1.917 miliardi di dollari, ovvero
259 dollari per ogni abitante del pianeta. Questo aumento dimostra che il mondo è
travolto da una corsa agli armamenti a beneficio di pochi, e rischia di portarci alla
catastrofe globale. Mostra anche l’enorme potere delle industrie della difesa, in
particolare in Europa, Nord America, Asia e Oceania. Il solo bilancio militare della
NATO raggiunge i 1035 miliardi di dollari, ovvero il 54% delle spese militari globali.
In Medio Oriente – l’unica regione in cui la spesa militare è diminuita nel 2019 – le
tragiche conseguenze dei conflitti militarizzati sono molto chiare. Almeno la metà di
questa enorme somma viene spesa per la produzione militare, con un’enorme
produzione di CO2, eppure queste emissioni di carbonio non sono contabilizzate dagli
indicatori statistici nazionali e internazionali sullo sviluppo sostenibile. Naturalmente,
il primato va al Pentagono, che è anche il più grande consumatore di petrolio del
mondo. Nonostante la sua altissima impronta ambientale, il contributo dell’esercito
americano non è adeguatamente contabilizzato tra le emissioni dei paesi
industrializzati, ed è esente dalle restrizioni decise dagli accordi di Parigi del 2015.
Questo significa che se le emissioni prodotte dalle forze armate statunitensi fossero
considerate correttamente saremmo ancora più lontani dall’obiettivo fissato di
contenere le temperature di un aumento di 2°C.
Di fronte a questa “convergenza catastrofica”, quando si considera il cambiamento
climatico, l'”elefante nella stanza” è l’apparato militare con tutte le sue corporazioni
istituzionali e private affiliate. Nonostante l’impatto che le guerre hanno sull’ambiente
e sulle popolazioni, le risorse umane più brillanti sono impiegate o cooptate dal settore
militare. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico avviene se non si
preparano più guerre, e che non si può fare senza politiche coerenti di disarmo basate
sulla nonviolenza.
È proprio nel senso di una prospettiva critica capace di smascherare questo elefante
ingombrante che vorrei introdurre l’espressione “disarmo climatico”. Derivo
l’espressione da quella di “disarmo unilaterale” tanto cara a Pietro Pinna (il primo
obiettore di coscienza italiano – per “motivi di coscienza e di nonviolenza” – al servizio
dell’uccisione militare, al quale devo questo e molto altro della mia persuasione
nonviolenta) e ampiamente utilizzata dallo scrittore Carlo Cassola nel suo impegno

culturale e politico. Non c’è più bisogno di un appello ottimistico perché un popolo e
un governo facciano la scelta “eroica” di non cedere più all’estorsione della difesa
armata e allo spreco di risorse causato dal militarismo. Oggi abbiamo la
consapevolezza che gli effetti del cambiamento climatico colpiranno tutti. Non esiste
un pianeta B, dicono i giovani di tutto il mondo. Allora, la scelta al momento della crisi
climatica diventa il disarmo climatico o la non esistenza.
Se si volesse inserire il disarmo climatico nel quadro dell’Agenda 2030, si potrebbe
brevemente dire che sarebbe la conseguenza logica più coerente del passaggio che
recita: “Non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace e nessuna pace senza
sviluppo sostenibile”.
Cosa intendo, più specificamente, per disarmo climatico? Almeno tre cose:

  1. un programma di politiche radicalmente trasformative e coerenti che gli attivisti
    e i detentori dei diritti possono utilizzare quando si impegnano [o svolgono] un
    lavoro di advocacy con i governi, le istituzioni e il settore privato (riferendosi
    anche al quadro internazionale, come l’Agenda 2030);
  2. un approccio realistico che può anche influenzare la trasparenza, la metrica e la
    responsabilità delle iniziative per lo sviluppo sostenibile e la lotta contro il
    cambiamento climatico; e
  3. un dispositivo teorico per tenere il passo con gli argomenti e la narrativa sulla
    crisi climatica dell’apparato militare e delle corporazioni capitaliste ad esso
    collegate.
    Tra le proposte concrete, molte sono già all’ordine del giorno sia dei movimenti
    antimilitaristi nonviolenti, sia di quelli ecologisti:
    • iniziare il processo di conversione ecologica delle spese militari, destinando le
    risorse così liberate a tutte quelle attività sociali volte a “non lasciare indietro
    nessuno”
    • ratificare e sostenere l’applicazione del Trattato sulla proibizione delle armi
    nucleari (TPNW)
    • istituendo (dove mancano) e finanziando adeguatamente i Corpi Civili di Pace e
    il Servizio Civile Universale per prevenire e trasformare i conflitti attraverso la
    nonviolenza
    • sviluppare programmi educativi incentrati sul principio e sul metodo della
    nonviolenza per il raggiungimento della giustizia climatica

• fermare immediatamente il commercio di armi, in particolare verso paesi in
conflitto e che non rispettano i diritti umani, senza nascondersi dietro espressioni
come “traffico illecito”
• attuare a livello nazionale le raccomandazioni delle risoluzioni ONU 1325/2000
“Donne, pace e sicurezza” e 2250/2015 “Giovani, pace e sicurezza”
• smilitarizzare le frontiere e riconoscere nel diritto internazionale la categoria dei
“migranti e rifugiati climatici”
• promuovere e finanziare la ricerca e gli studi per la pace, con un’attenzione allo
sviluppo di adeguate statistiche di sostenibilità e coerenza politica.
A questo potrebbe aggiungersi molto altro su cui discutere, ma mi fermo qui per essere
conciso. Tuttavia, l’importante è fare bene e presto, perché nel frattempo l’apparato
militare si sta muovendo con tutta la sua forza politica ed economica per avere un ruolo
di leadership indiscusso di fronte all’emergenza planetaria e mantenere il controllo in
un mondo alle prese con la crisi climatica.
La proposta di disarmo climatico che fa perno sulla nonviolenza ci invita ad osservare
lo scenario della crisi climatica come uno specchio in cui vedere il meglio o il peggio
di noi stessi: se lo guardiamo attraverso la lente della militarizzazione e dei suoi
apparati industriali, vedremo riflesso il nostro peggio, sentiremo un urgente bisogno di
sicurezza, non avremo modo di immaginare altro che disastri a cui porre rimedio in un
perpetuo stato di emergenza. Ma se saremo capaci di guardare questa situazione con
gli occhiali di Gandhi, allora diventerà chiaro ai nostri cuori e alle nostre menti che un
altro mondo è possibile, un mondo più giusto, sostenibile e pacifico in cui i giovani
sono davvero gli agenti del cambiamento. Siamo convinti che la co-costruzione di un
tale mondo ha bisogno di un immenso sforzo collettivo di educazione e azione.
Cerchiamo, anche con questo manuale, di fare la nostra piccola parte nella speranza
che altri la raccolgano, la migliorino e la moltiplichino in tutta Europa e all’estero.
Daniele Taurino – Coordinatore MeYou
Movimento Nonviolento

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